Vino d’Abruzzo, storia che si perde nei secoli

Le origini della viticoltura abruzzese si perdono nella notte dei tempi e talvolta sconfinano nella leggenda. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella Naturalia Historia esaltava un vino proveniente dai vigneti affacciati sull’Adriatico, il “Pretuziano”, e lo considerava uno dei più squisiti d’Italia. La viticoltura e la produzione vinicola hanno segnato profondamente la storia, le tradizioni e il lavoro degli abruzzesi fin dall’antichità. Si ritiene infatti che la loro diffusione nell’Italia centrale sia avvenuta prima dell’anno 1000 a.C. grazie agli Etruschi che introdussero la tecnica della vite maritata, ovvero la pratica di sorreggere le viti con gli alberi.

In Abruzzo questa tecnica veniva eseguita tramite tralci che erano intrecciati a formare un grosso quadrato orizzontale, formando le cosiddetti capanne o capannoni, da cui deriverà la forma di allevamento più diffusa a livello regionale, il tendone o pergola abruzzese.

Preziose testimonianze (e consigli) sulla viticoltura abruzzese ci sono state tramandate da Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) uomo politico romano, che nel suo trattato De Agricoltura illustra le pratiche colturali dell’epoca che ancora oggi sono a fondamento di una produzione viticola regionale che privilegia la qualità piuttosto che la quantità. Catone insisteva sulla necessità di valutare le condizioni climatiche e la natura del terreno prima di scegliere il vitigno da impiantare; privilegiava, inoltre, la tecnica dell’innesto alla riproduzione delle viti per seme e raccomandava la concimazione dei terreni col letame e con la pratica del sovescio, oggi tornata in auge con la diffusione dell’agricoltura biologica.

Un’altra importante testimonianza storica sulla produzione enoica abruzzese, come ricorda Polibio, storico greco vissuto tra il 205 e il 123 a.C., risale alle famose gesta di Annibale (216 a.C.) ed alla sua vittoria di Canne. Il territorio citato da Polibio era proprio quello a ridosso dell’area Piceno-Aprutina ossia l’attuale provincia di Teramo che, sin da allora, era rinomata per la qualità dei suoi vini che avevano guarito i feriti e rimesso in forze gli uomini, “…accampato presso l’Adriatico, in una regione che eccelleva per prodotti di ogni tipo, dedicava grande attenzione al recupero delle forze e alla cura degli uomini, e non meno anche dei cavalli… Annibale, spostando ogni volta il campo di poco, si tratteneva sulla costa adriatica, e facendo lavare i cavalli con vino vecchio, per la grande quantità che ce n’era, ne curò lo scorbuto e le altre malattie, e analogamente tra gli uomini guarì i feriti, e gli altri li mise in forze, pronti per le operazioni future”. (Storie, Libro terzo, capitoli 87 e 88).

Durante l’Impero romano anche Publio Ovidio Nasone, abruzzese ante litteram, apprezzava molto le qualità del vino della regione, “…i campi Peligni son percorsi da limpide correnti, e sul suolo morbido l’erba rigogliosa verdeggia. Terra fertile della spiga di Cerere, e ancor più di uva, qualche campo dà anche l’albero di Pallade, l’ulivo…” (Amores, Libro secondo, XVII). Così come l’epigrammista spagnolo Marco Valerio Marziale, vissuto circa cento anni più tardi, testimoniava come i vini abruzzesi imbandissero le tavole dei nobili Patrizi, il medico e botanico greco Dioscòride (I secolo d.C.) ne lodava la qualità e ne testimoniava il commercio anche attraverso l’Adriatico.

Secondo la storiografia più recente, l’Abruzzo sarebbe stato una delle prime zone a conoscere la cristianizzazione grazie a un’importante via di comunicazione che lo collegava a Roma: la Tiburtina Valeria che, anche nel periodo della decadenza dell’Impero romano, permise l’accesso costante all’Adriatico. Negli anni del Medioevo la diffusione del Cristianesimo svolse un ruolo importantissimo nella rivitalizzazione della viticoltura: la liturgia cristiana aveva infatti elevato il pane e il vino a immagine del corpo e del sangue di Cristo. Furono appunto i monaci e le monache a valorizzare molte zone collinari con l’impianto e la coltivazione di nuovi vigneti. Un’importante e soprattutto curiosa testimonianza di quanto detto, che fonde la storia con la leggenda, è citata dallo sto­ri­co, ar­cheo­lo­go e bi­blio­gra­fo te­ra­ma­no Fran­ce­sco Sa­vi­ni in un do­cu­men­to del 1884, nel quale racconta che nel territorio di Torricella Sicura (TE), si col­ti­va­va, già nel­l’an­no 1011, la vite. Le prime a col­ti­var­la in que­sto ter­ri­to­rio fu­ro­no le mo­na­che be­ne­det­ti­ne del Mo­na­ste­ro di San Gio­van­ni a Scor­zo­ne sito un tempo pro­prio a Pog­gio Valle, a pochi passi da Ioan­nel­la, frazione del Comune di Torricella Sicura. Dai do­cu­men­ti presenti pres­so l’Ar­chi­vio Sto­ri­co di Stato, si legge che, tra il 1005 e il 1321 fu­ro­no fatte di­ver­se do­na­zio­ni al Mo­na­ste­ro di San Gio­van­ni a Scor­zo­ne, e tra que­ste, due per­so­ne im­por­tan­ti di Ioan­nel­la do­na­ro­no il loro ap­pez­za­men­to di ter­re­no, col­ti­va­to a vite, per la re­den­zio­ne delle pro­prie anime. Qui le suore con­ti­nua­ro­no negli anni a col­ti­va­re que­ste pre­zio­se viti che do­na­va­no un vino dalle pro­prie­tà a loro dire “…mi­sti­che poi­ché una volta be­vu­to, la sen­sa­zio­ne che dava era quel­la di in­nal­za­re l’uo­mo al cielo, li­be­ran­do­lo dalla sua cor­po­ra­li­tà.” A quan­to pare le mo­na­che non si li­mi­ta­va­no a berlo du­ran­te le fun­zio­ni re­li­gio­se, ma pro­prio l’a­bu­so del­l’a­ma­to net­ta­re le coin­vol­se in vi­cen­de pec­ca­mi­no­se con i con­ta­di­ni del luogo. Sem­bra quin­di che per que­sti “ra­pi­men­ti mi­sti­ci e sen­sua­li” che quel vino pro­du­ce­va sui re­li­gio­si, nel 1532 il papa Cle­men­te VII abbia fatto chiu­de­re il Mo­na­ste­ro or­di­nan­do la sua di­stru­zio­ne.

Abr­vz­zo Citra Et Vltra. Au­to­ri: Blaeu, Joan. Anno: 1665

Successivamente fu il botanico Andrea Bacci (1524 – 1600, i setti libri De naturali vinorum historia sono stati pubblicati nel 1595) a fornire una interessante testimonianza delle varietà di viti coltivate nell’alto medioevo in Italia, tra le quali cita e loda spesso i vini abruzzesi, e in particolar modo i vini profumati de L’Aquila.

Da allora tanti altri autori hanno descritto e decantato le lodi dei vini abruzzesi, e facendo un salto di alcuni secoli, come afferma il Professore Franco Cercone nel suo libro La meravigliosa storia del Montepulciano d’Abruzzo, la prima notizia storica sulla presenza di tale vitigno nella regione abruzzese, è contenuta nell’opera di Michele Torcia dal titolo Saggio Itinerario Nazionale pel Paese dei Peligni redatto a Napoli nel 1792 . L’archivista e bibliotecario di Ferdinando IV ebbe infatti modo di osservare il vitigno Montepulciano e di degustarne il vino nell’agro sulmonese, decantandone le qualità.

Il vino abruzzese si fece amare anche dai soldati francesi, infatti quando tra il 1798 e il 1799 le truppe napoleoniche entrarono in Italia, in Abruzzo per l’esattezza, i gendarmi francesi si imbatterono nella coltivazione di un vitigno autoctono della zona dell’entroterra teramano, il Montonico, e trovarono il suo vino così fresco, armonico e profumato da ribattezzarlo “le petit champagne” e da chiederne forniture per i vari distaccamenti nella regione. Il Montonico ebbe così il suo momento di gloria destinato a tramontare purtroppo con la Seconda guerra mondiale, quando fu quasi completamente distrutto dalla fillossera.

L’importanza che nell’agricoltura d’Abruzzo veniva data alla coltivazione della vite anche nell’ 800 ci è attestata dal viaggiatore e scrittore inglese Edward Lear che fece tre viaggi in Abruzzo negli anni 1843 e 1844. Egli, in occasione della sua prima visita a Sulmona, annotò: “Quasi tutto il suo territorio è coltivato a vigne, grano, olivi e frutteti, grazie ai quali, specie per i meloni, il distretto è famoso”. Lear, inoltre, passando per Anversa degli Abruzzi, all’estrema propaggine del comprensorio pelino, ci testimonia di un’usanza assai interessante: qui, infatti, ebbe modo di gustare un eccellente vino da pasto servito con la neve, abitudine che non tutti all’epoca condividevano e di cui già aveva parlato il poeta latino Marziale. Infine, lo scrittore e storico tedesco Ferdinando Gregorovius (1821-1891) durante i suoi numerosi pellegrinaggi per la penisola italiana, fece un viaggio in Abruzzo nella Pentecoste del 1871. Nelle sue memorie di viaggio ci ha lasciato bellissime descrizioni delle vallate abruzzesi e interessanti informazioni sulle varietà di uve locali, addirittura ritenute dallo scrittore all’altezza di quelle di Borgogna.

Numerosi sono i testi storici ed i manuali tecnici pubblicati a cavallo del XIX e XX secolo nei quali vengono descritte le caratteristiche dei vitigni abruzzesi, e soprattutto del Montepulciano d’Abruzzo. Ricordiamo in particolare l’opera di Edoardo Ottavi e Arturo Marescalchi dal titolo Vade-Mecum del commerciante di uve e di vini in Italia, la cui prima edizione venne pubblicata nel 1897, nella quale essi descrivono in maniera dettagliata la viticoltura della provincia di Teramo ricordando che “le uve predominanti erano il Trebbiano, la Malvasia, il Moscatello e la Greca, tra le bianche, il Montepulciano e il Sangiovese, tra le nere“.

Da allora la vitivinicoltura abruzzese, e quella teramana in particolare, ha percorso tutti i gradini della qualità trovando, a metà degli anni ’90 del novecento, attraverso il riconoscimento della prima sottozona della DOC Montepulciano d’Abruzzo uno dei punti di maggiore qualificazione della produzione vinicola. Questa sottozona, dopo un lungo percorso qualitativo, arricchito da riconoscimenti internazionali e dalla crescita dell’immagine del territorio di riferimento, agli inizi del 2000 è assurta al massimo livello della scala della qualità con il riconoscimento della DOCG, prima ed al momento unica di tutta la regione Abruzzo.

Nella storia enoica più moderna si sono distinti, a livello nazionale, moltissime personalità che hanno dato lustro al prezioso nettare abruzzese, veri e propri artigiani del vino che hanno saputo, con passione e maestria, portare il prodotto di questa meravigliosa terra a vincere i premi e i riconoscimenti più ambiti nel panorama mondiale. Tra questi sicuramente troviamo Edoardo Valentini, vanto d’Abruzzo, personaggio eclettico e affascinante, mito del vino italiano; Emidio Pepe, vero custode della propria terra, è riuscito a conquistare molti prestigiosi premi e riconoscimenti mondiali; Camillo Montori,  caparbio e ostinato, grande promotore della valorizzazione del proprio territorio; Dino Illuminati, cavaliere del lavoro, insignito di questa benemerenza per le grandi capacità dimostrate nel settore dell’agricoltura e nel saper mettere in rilievo l’identità e la tipicità della propria regione; Luigi Cataldi Madonna, filosofo, professore, Nobile produttore di vino, un vero e proprio innovatore della scienza vitivinicola italiana; Domenico Pasetti, insignito dei più illustri riconoscimenti enologici, ha saputo portare in auge la sua terra e l’Abruzzo in generale, investendo nella ricerca e nel recupero di varietà autoctone; Ciccio Zaccagnini, grande vignaiolo d’Abruzzo, è diventato famoso, a livello mondiale, per aver saputo creare un binomio perfetto Vino-Arte, due forme di piacere eterno che mettono a nudo la vita rivelandone i segreti.

Da quanto detto è facile capire come il Vino e la Viticoltura abruzzese si intreccino con la storia più antica e con i personaggi più illustri, lasciando sempre un ricordo di qualità, bellezza e orgoglio, pregi indissolubili di questa Regione.

Pubblicato da Niccolò Marco Mancini

Abruzzese classe ’91. Dottore Agronomo e Forestale formato e abilitato presso l’Università Degli Studi di Firenze. Appassionato del mondo del vino in tutti i suoi aspetti. Collabora con il sito Agraria.org e la rivista TerrAmica per la redazione di articoli divulgativi. Ormai da diversi anni giornalista freelance in eventi, fiere, anteprime, presentazioni e mostre in tutta Italia per raccontare e divulgare notizie e storie inerenti al vino, cantine, aziende e produttori.

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